Home>>Articoli>>Situazione GB

    SITUAZIONE GRAN BRETAGNA



SITUAZIONE GRAN BRETAGNA


Il termine “Brexit”, abbreviazione di "uscita britannica", che si ispira al termine “Grexit” coniato a suo tempo a proposito della Grecia, si riferisce alla possibilità di uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea Oggi 29/Gennaio il primo ministro britannico David Cameron incontrerà a Bruxelles il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, in vista del vertice di febbraio in cui si discuteranno i termini della partecipazione della Gran Bretagna nella Ue, prima del referendum sulla «Brexit», ed è probabile che questo incontro non lascerà indifferenti i mercati valutari. Da tempo, infatti, sembra che una serie di fattori gravino pesantemente sull’andamento della valuta britannica. In meno di tre mesi la sterlina ha ceduto l’8%, raggiungendo i minimi da 7 anni contro il dollaro, e continuando a scendere anche nei confronti dell’Euro.

STERLINA : I TRE MOTIVI DELLA DISCESA



Secondo gli analisti la divisa britannica è colata a picco per tre motivi fondamentali

• mentre in USA la Fed rialzava i tassi di interesse, il governatore della Bank of England Mark Carney ha fatto chiaramente capire che non ci si deve aspettare lo stesso in UK. Tuttavia l’atteggiamento della BoE può spiegare solamente in parte il tonfo della sterlina, anche perché la Banca Centrale Europea ha lasciato intendere che proseguirà la politica di quantitave easing, ma la divisa britannica è scesa ancora nei confronti dell’Euro.

• il rallentamento dell’economia britannica: rispetto al 2014, che ha registrato un +2,6%, nel 2015 il tasso di crescita del PIL si è assestato su +2,2%, in rallentamento rispetto all’anno precedente. In ogni caso si tratta di buoni risultati, insufficienti a spiegare tanto nervosismo sui mercati

• il referendum sul “Brexit”, vero “colpevole” del clima di incertezza che incombe sulla Gran Bretagna e sulla sterlina. Il mercato è animato da una forte volatilità, vicina a quella che mostrava prima delle elezioni e addirittura superiore a quella si registrava prima del referendum per l’indipendenza della Scozia del 2014. E’ chiaro che tale volatilità si riflette sul mercato dei cambi, creando spazi per una più elevata instabilità . La diminuzione della domanda per gli asset britannici, associata ad un rischio più alto, si riflettono in una sterlina messa sotto pressione.

BREXIT: COSA RENDE COSI' NERVOSI I MERCATI?



Il problema fondamentale è l’incertezza che grava su una serie di elementi: se e quando si terrà il referendum, che inizialmente era stato programmato per il 2017, mentre ora si parla di metà dell’anno, tra giugno e novembre 2016.
Quale sarà l’eventuale risultato, con sondaggi molto in contraddizione tra loro da cui è difficile cogliere una tendenza netta, anche se sembra che l’ipotesi dell’uscita dall’europa stia guadagnando consensi. Berenberg, banca danese, ha recentemente rivisto le sue quotazioni sulla possibilità che gli inglesi decidano in maggioranza di votare per l’uscita, dal 30 al 35%.
Importante per il risultato sarà poi anche la data del voto, come fa notare l’ex Presidente del Consiglio Enrico Letta, sostenendo che indire il referendum in estate, quanto probabilmente la crisi dei migranti in europa raggiungerà il suo picco, creerà certamente maggiore consenso a chi desidera abbandonare l’UE. Le diverse stime sull’entità degli effetti, certamente negativi, che un possibile “si” al Brexit potrebbe creare sull’economia britannica. L’instabilità della situazione, potenzialmente crititca per la Gran Bretagna se dovesse prevalere il Brexit, genera incertezza, che a sua volta fa diminuire gli investimenti, sia locali che stranieri - effetto già vissuto all’epoca del referendum scozzese.

Se tre indizi di solito costituiscono una prova, nel caso della voglia della Gran Bretagna di uscire dall’Unione europea ci siamo.

Il primo indizio è stata la vittoria a inizio maggio di David Cameron alle elezioni. La campagna elettorale dei Conservatori ha puntato molto sull’uscita dall’Ue in vista del referendum che è già previsto nel 2017.

Il secondo indizio è il discorso intriso di devolution pronunciato dalla Regina Elisabetta Bank of England per linsediamento del Parlamento. La regina ha ribadito come l’uscita dall’Ue sia possibile, sottolineando anche il rinnovato impegno contro i focolai di indipendenza scozzesi e la necessità di dare più poteri ai Governi locali delle città.

E poi c’è il terzo indizio, il più concreto economicamente: il documento della Banca Centrale d’Inghilterra (Boe) che dimostra come il personale stia studiando le implicazioni di una possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. La notizia è arrivata al quotidiano inglese The Guardian in maniera rocambolesca: una mail mandata per errore da un dirigente dell’istituto a un giornalista, in cui si parlava del progetto “top secret”.

INCERTEZZA SUL MERCATO FINO AL 2017.



Cosa può succedere adesso? Le regole fissate dai trattati europei prevedono un negoziato con il paese che chiede il recesso. Si profila comunque un lungo periodo di incertezza, soprattutto per Londra, fino al 2017. In attesa dei conti della Boe che sta valutando l’impatto sull’economia inglese di un’uscita dall’Ue, seguendo lo stesso approccio tenuto con il referendum scozzese dello scorso anno, circolano già diverse ipotesi su come questa decisione potrebbe incidere.

Ecco i numeri chiave. Il Governo di Londra versa nelle casse di Bruxelles lo 0,5% del Prodotto Interno Lordo (PIL). In cambio, le imprese inglesi incassano miliardi di sterline all’anno grazie al business con l’Europa. In particolare, l’Europa vale la metà dell’export della Gran Bretagna. L’Ufficio di statistica nazionale inglese ha certificato che le esportazioni di beni verso l’UE sono state pari a 147,9 miliardi di sterline nel 2014 contro 154,6 miliardi nel 2013. Merci esportazioni verso i paesi extra-UE sono state di 144,9 miliardi nel 2014, in calo ripetto ai 152,2 miliardi nel 2013.

Per Uk un calo del Pil almeno del 2,25% l’anno. La Gran Bretagna secondo i calcoli dell’Istituto Nazionale di Ricerca Economica e Sociale vedrebbe ridursi il suo Pil del 2,25% in caso di uscita dall’Ue, anche per la mancanza di investimenti esteri diretti sul Paese. Ed è un calcolo ottimista. Il Centre for Economic Performance (CEP) che fa capo alla London School of Economics, infatti, ha calcolato una perdita di Pil tra il 6,3% e il 9,5% con danni per il Regno Unito simili alla crisi finanziaria globale del 2008-2009.

FINANZA E INDUSTRIA I SETTORI PIU' COLPITI. LA GERMANIA



Se si guarda ai singoli settori, invece, Bertelsmann Stiftung e l’Istituto di Munich hanno calcolato che i servizi finanziari registrerebbero perdite di almeno il 5%. Non va meglio per le industrie chimiche, di ingegneria meccanica e automobilistiche che sarebbero sommerse da perdite di business europeo con cali del giro d’affari fino al 10%. E tra i Paesi europei a soffrire di più sarebbe la Germania. La ragione? Il Regno Unito è il più importante partner commerciale dei tedeschi in Europa, con un surplus di 42 miliardi di euro nel 2014, secondo solo agli Stati Uniti, secondo i calcoli dell’Ufficio federale di statistica tedesco dal suo quartier generale di Wiesbaden. Solo nel 2014 gli inglesi hanno comprato 18 miliardi di euro di automobili di marche tedesche.

Scarica il formato pdf